John Oliver, il comico giornalista dei miei sogni

John Oliver, il comico giornalista dei miei sogni

Che state facendo, qualcosa di importante…? No? Ok, ottimo. Allora, se non avete idea di chi John Oliver sia, per favore prendetevi un quarto d’ora e guardate uno dei monologhi qui sotto. Potete scegliere quello che vi ispira di più, o magari – se il primo vi piace – farvi una mini maratona. Io vi aspetto…

Ok, fatto? Bene, almeno partiamo da una base comune, che mi aiuterà a spiegare la stima immensa che nutro per quest’inglese e occhialuto, il quale – diciamocelo – assomiglia un po’ a un pappagallo.

Prima di tutto, un po’ di contesto biografico. John Oliver, classe 1977, è nato a Birmingham ma cresciuto a Bedford. Dopo aver frequentato Cambridge, si è trasferito a Londra per qualche anno, per fare la necessaria gavetta da stand-up comedian in pub puzzolenti di birra e fumo (o almeno così mi immagino…). La svolta è arrivata nel 2006, quando entrò nel team di Jon Stewart al Daily Show (si dice grazie a una soffiata di Ricky Gervais), dove è rimasto fino al dicembre 2013. Memorabile, a questo proposito, il discorso di addio di Stewart a John, carico di clip divertenti e parole di stima, tanto sincere da scalfire la corazza di compostezza del comico inglese (che ha finito per commuoversi in diretta). Se siete appassionati di sit-com di nicchia, potreste averlo visto anche in Community, nei panni del prof. Ian Duncan (personaggio assolutamente esilarante, come tutti quelli creati da Dan Harmon nella serie). E poi, a inizio 2014, finalmente, John Oliver ha inaugurato uno show tutto suo. Last Week Tonight, ogni domenica sera, su HBO.

Ed è proprio sul Last Week Tonight che vale la pena soffermarsi. Perché ogni settimana, John Oliver riesce a fare qualcosa di incredibile: porta sullo schermo di milioni di americani (e spesso di molti altri il lunedì su YouTube) delle questioni spinose ma imprescindibili, che – un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di fonti – la maggior parte della gente tende ad ignorare. Questi segmenti di approfondimento, di durata variabile dai 10 ai 15 minuti, costituiscono la vera forza, la vera unicità di John Oliver.

Oliver riesce a mischiare una perfetta dose di impeccabile ricerca giornalistica con riferimenti alla cultura pop e al mondo di internet. Il risultato è un mix esplosivo che ti fa ogni tanto ridere, spesso sorridere e sempre pensare. Gli argomenti sono tra i più disparati, ma gli “instant classics” comprendono: un pezzo sulla corruzione dilagante e pretese ridicole della FIFA alle soglie dei mondiali in Brasile del 2014; un approfondimento sulla Net Neutrality (le uniche due parole della lingua inglese che, scherza John, promettono di provocare più noia di “featuring Sting”); un’intervista a Snowden, in Russia; e una meravigliosa “visualizzazione” del rapporto numerico tra gli scienziati che ritengono il riscaldamento globale una verità inoppugnabile e quelli che lo negano.

Attraverso un modo di fare incredibilmente “piacevole”, John Oliver riesce ad ottenere l’impensabile: tramuta il suo ruolo di comico e commentatore sociale in quello di vero e proprio intellettuale capace di influire sulle azioni della gente, tanto da essere stato annoverato tra le 100 persone più influenti del 2015 da TIME Magazine. Non avendo paura di giocare la carta dell’outsider benevolo che ammira il suo paese di adozione ma ne vede anche chiaramente i limiti, riesce a permettersi giudizi duri che non verrebbero accettati altrettanto bonariamente se provenissero da qualche altra parte. E tutto questo lo fa con la forza dell’entertainment, tenendo agganciato il suo pubblico e giocando con la voglia degli spettatori di capire tutte le sue battute e riferimenti, anche quelli non così immediati.

Per quanto le sue “calls to action” non riguardino sempre le questioni fondamentali della società moderna (come la sua campagna contro Jamie Dornan scelto per impersonare Christian Grey nella saga di 50 Shades, con tanto di hashtag personalizzata #NotMyChristian), a volte questi appelli riescono a sortire risultati inaspettati: basti pensare all’invito di John al popolo di troll di internet, incitato ad esprimere la propria aberrazione nei confronti della proposta di legge della FCC per abolire la “neutralità del web”. Tale provvedimento, ancora in fase di discussione, permetterebbe alle compagnie di telecomunicazione di offrire accessi più veloci ai siti disposti a pagare extra per un tale privilegio. Il lunedì mattina, dopo la trasmissione, il sito della commissione federale ha ricevuto talmente tanti commenti che il server è stato fuori uso per alcune ore.

Attraverso riferimenti alle reazioni di disgusto provocate dal video “2 Girls, 1 Cup”, uso smaliziato di immagini photoshoppate e similitudini a dir poco indimenticabili (“Essenzialmente, il debito studentesco è come l’HPV. Se vai al college, te lo prenderai sicuramente. E se ti capita, rimarrà con te per il resto della tua vita”), John Oliver si imprime nella memoria e nel cuore dei suoi spettatori, vi si insinua e ci rimane anche per parlare di argomenti scomodi. Come l’ineguaglianza tra ricchi e poveri, argomento così spinoso negli States perché evoca immediatamente lo spettro della lotta di classe e del Maccartismo di reazione, o le pene minime per reati di droga, anche minori, introdotte negli anni ’90 ma ancora in vigore, con risultati sconcertanti.

Insomma, potrei andare avanti per ore a elencare esempi del talento e del lavoro ammirevole di John Oliver, ma forse è meglio che vi andiate a guardare i video.

Quello con cui, però, vorrei concludere è una breve riflessione sul perché ci farebbe proprio bene un John Oliver alla pummarola. In Italia ci servirebbe proprio qualcuno di così eccezionalmente “entertaining” che non ascoltarlo diventa quasi impossibile, anche se non tutte le cose che dice sono facili da mandare giù. Certo, abbiamo il nostro Crozza, la nostra Striscia la Notizia, le nostre Iene e persino il nostro Terzo Segreto di Satira. Ma quell’equilibrio perfetto tra entertainment e acume giornalistico, capace non solo di farci pensare, ma anche di farci agire, no, quello ancora ci manca.

La forza di John Oliver è proprio quella di focalizzare l’attenzione su temi importanti, senza però far scattare immediatamente il grilletto delle nostre reazioni ideologiche. Facendoci ridere, entra in punta di piedi a smuovere le nostre convinzioni, o meglio, a mostrarci che a volte queste idee sono basate su partiti presi più che su dati o riflessioni reali.

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.