Florence + The Machine a Bologna, il videoracconto

Florence + The Machine a Bologna, il videoracconto

L’ultima volta che avevo sentito i Florence + The Machine dal vivo è stato durante lo scorso settembre, per una delle quattro date organizzate al meraviglioso Alexandra Palace di Londra. Stesso tour, stessa formazione, praticamente stessa scaletta. Nessun valido motivo per spendere un altro centone – tra biglietto e viaggio – per assistere ad uno spettacolo già visto; nessun valido motivo, eccetto che Florence ti entra nelle viscere e ti scombina i punti cartesiani, e non puoi smettere di volerne ancora. Senza battere ciglio, ho comprato il biglietto anche per la data di aprile a Bologna.

E infatti mai scelta è stata più azzeccata. Florence Welch, frontwoman nonché anima di un gruppo che serve ad incoronarla, alla soglia dei trent’anni ha raggiunto una maturità artistica consapevole e piena, che non lascia più spazio a insicurezze. Welch riempie il palco come solo pochi grandi sanno fare, tanto che più di un commentatore non si è vergognato a definirla “sacerdotessa del rock” degli anni dieci del duemila. E che Patti Smith non gliene voglia: se c’è un’artista che ha ereditato la monumentale statura delle grandi donne del rock, dai tempi di Janis Joplin e Kate Bush, questa oggi è solo Florence. Sacerdotessa nel vero senso della parola: eterea ma potente, sfugge ad ogni etichetta predefinita – “indie rock” è un modo per dire che il suo genere non ha genere – e detta le regole del suo stesso gioco. Con tre album in studio all’attivo (Lungs, 2009, Ceremonials, 2011 e How Big How Blue How Beautiful, 2015), Florence ha indubbiamente già lasciato un segno destinato a durare nel tempo. Sul palco è una dea, profondamente umana e inarrivabile allo stesso tempo.

FlorenceAndTheMachine-UnipolArena-Bologna-130416-PhotobyKimberleyRoss30_1042_694

Florence all’Unipol Arena, 13/04/2016, photo by Kimberley Ross

Il concerto all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno inizia con l’opening act di Gabriel Bruce, mentre il palazzetto si riempie a vista d’occhio delle 16mila persone presenti allo spettacolo. Quando entra la band, il pubblico è già caldissimo, e non appena Florence (vestita di volant azzurri e trasparenze) mette piede sul palco, si libera un boato elettrizzato. Si parte con What the Water Gave Me, splendido pezzo di Ceremonials ispirato al famoso quadro di Frida Kahlo, giusto per riscaldare gli animi in tempo per Ship To Wreak.

Il concerto si trasforma fin da subito in una danza incontrollabile, guidata da Florence, che sul palco salta, balla e piroetta senza tregua. Dopo la vecchia gloria Rabbit Heart, si entra nel cuore dello spettacolo con Shake It Out, che Florence chiede a tutti di cantare a voce alta, creando un momento di emozione pura.

La danza dionisiaca così iniziata prosegue con Delilah, uno dei singoli del nuovo album, che il pubblico dimostra di apprezzare non meno dei pezzi storici. Piccolo, piacevole, stacco viene dall’interpretazione riarrangiata in chiave acustica di Sweet Nothing, il famoso pezzone da ballare di Calvin Harris a cui Florence aveva prestato la voce nel 2012. E poi, You’ve Got The Love, e noi non sappiamo più se ballare o piangere, tanta la potenza sprigionata dal palco.

Quando non canta, Florence è di un candore al limite del fastidioso: si lancia in profusi ringraziamenti e dichiarazioni d’amore per il suo pubblico, che la ricambia venerandola letteralmente come una dea. Lei non ha paura del contatto con la sua base, e ama sporgersi sulla ringhiera per farsi toccare e innalzare dalle prime file: in un attimo le arrivano in mano corone di fiori da parte di tutto il parterre, che lei raccoglie e distribuisce ai componenti della band. Si va avanti con How Big How Blue How Beautiful, dedicata ad ognuno dei presenti perché possa «trovare il suo profondo cielo blu, dentro di sé». La canzone successiva, Cosmic Love («scritta durante il peggiore post-sbornia della mia vita»), è stata accompagnata da una coreografia di palloncini rossi e luci realizzata dal pubblico grazie ad un tam-tam via Facebook, che ha reso l’atmosfera magica e ha sorpreso anche la stessa Florence.

 

FullSizeRender

Cosmic Love, live @ Unipol Arena

Dopo il momento sentimentale («qui dentro c’è il mio cuore, non lo potete vedere ma è vostro», dice Florence al termine del pezzo), si prosegue con Long and Lost e poi Mother, fino ad arrivare alla splendida interpretazione di Queen of Peace.

Chiudono la scaletta “regolare” Spectrum e la tanto attesa Dog Days Are Over, che il palazzetto intero canta e balla entusiasmato. Dopo la classica finta uscita e qualche minuto di pausa, la band rientra per concludere la serata con la potente What Kind Of Man e infine Drumming Song.

Quando le luci si accendono, ci sentiamo completamente vuoti ed incomprensibilmente ricaricati. Non è affatto un’esagerazione dire che Florence è una delle migliori performer live di questo momento storico: è uno di quei concerti che trascendono lo spettacolo per diventare esperienza di connessione, quasi di trance artistica, modulata da una voce poderosa che non perde mai di intensità nonostante i salti ininterrotti e le pericolose giravolte di Florence sul palco. È uno spettacolo che consiglio di vedere a tutti, una volta nella vita. Io spero di avere ancora tanti, tanti biglietti da comprare.

«Al peggio non c'è mai fine, ma tu sei la fine del peggio» mi disse una cara amica, e m'è parso appropriato.