Eresie musicali. Intervista ad Alessandro Sipolo

Eresie musicali. Intervista ad Alessandro Sipolo

“Rimini, Rimini, Rimini, Rimini, Rimini,
Tierra de sabbia fina
de tesori in cantina
de animali strani
Formiconi e pescecani”

Inizia così, senza mezzi termini, la canzone Comunhão Liberação del giovane cantautore bresciano Alessandro Sipolo. Di certo non manca l’ironia in questo brano musicale dedicato alla realtà variopinta di CL, fatta di festini faraonici, meeting ecumenico-finanziari, di ministri tentacolari ed amicizie discutibili. È un ritratto impietoso sulle note di un’allegra e carnevalesca samba brasiliana – il ritmo giusto per un festino di dubbia moralità.

Comunhão Liberação fa parte di “Eresie”, il secondo progetto del cantautore uscito nel novembre 2015. Se il fil rouge del primo album “Eppur bisogna andare” era il viaggio, le undici tracce di “Eresie” raccontano le storie di personaggi controcorrente, più o meno conosciuti, del presente e del passato. Muovendosi tra generi diversi, dal country alla samba, dal folk al rock-blues, Alessandro canta con passione di scelte ribelli e di “cattive strade”, denunciando molte contraddizioni della nostra società. Si tratta di un album disobbediente e che sfugge alle definizioni, proprio come le esistenze coraggiose che racconta.

A pochi giorni dall’uscita del video di Comunhão Liberação, abbiamo intervistato Alessandro.

Raccontaci della canzone “Comunhão Liberação” e della sua forte ironia. 
E’ uno sberleffo, una canzone satirica. Come tale, ironica ma necessariamente spietata. CL ci ha insegnato, nostro malgrado, che vi sono sette “eretiche” nate non per riformare il potere, ma per ottenerlo a qualsiasi costo, lavorando sotterraneamente. Ci ha insegnato quale immenso divario possa esistere tra la “predica” pubblica e la “pratica” privata. Così mentre autorevoli esponenti politici pontificavano pubblicamente in merito a povertà, castità ed obbedienza, i giornali ci raccontavano i loro opulenti festini sugli yacht degli imprenditori amici. Il video è molto schietto, come la canzone.
Ma rispetto alla realtà, pare ancora edulcorato…

Come nasce la tua passione per la musica? Il tuo primo album è uscito dopo il tuo viaggio in Sud America: in che modo quell’esperienza ti ha influenzato, musicalmente e non solo?
Nella mia famiglia la musica non è mai mancata. Fin da piccolo ho potuto ascoltare una gran varietà di generi: da Mozart ai Queen, da Aznavour ai Litfiba. Il mio approdo alla musica, come modalità d’espressione artistica, è arrivato attraverso ed in funzione alla scrittura. Ho sempre amato scrivere, fin da bambino. In adolescenza ho cominciato a elaborare qualche testo cantabile. Poi le prime esperienze con una band di amici. Effettivamente la vera svolta è avvenuta durante l’anno vissuto in Perù. Da quell’esperienza è nato il primo album, pubblicato nel 2013.  In Sudamerica ho cominciato a suonare autonomamente le mie canzoni ed a proporle in pubblico, soprattutto grazie alla fiducia e alla stima respirata al “Tambo de Bronce”, un circolo culturale di Arequipa che ho frequentato a lungo. In quel luogo, tra musicisti e artisti di ogni tipo, ho cominciato a sentirmi a mio agio su un palco.

L’album “Eppur bisogna andare” è dedicato proprio al tema del viaggio e dello spostarsi. Ora che sei stabile in Italia, a Brescia, quanto ti pesa restare fermo? 
Mi pesa più di ogni altra cosa. Ogni volta che spendo tempo e denaro per la produzione di un disco, mi chiedo, sinceramente, se non sia meglio riempire lo zaino e andarmene per qualche mese. Questa è una delle domande che mi tormenta ogni giorno: costruire o partire? Per ora mi pare abbia senso restare. Anche perché non si può pretendere, come sembrano fare in molti, che nel nostro Paese tutto cambi magicamente, per inerzia o per intercessione divina… C’è una frase di Falcone che ho sempre amato molto, perché mi pare descriva bene un’attitudine piuttosto diffusa in Italia: “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare…” Penso che chi, come me, ha la possibilità di lavorare e vivere dignitosamente in Italia, debba provare a restare per dare un contributo, pur minuscolo, al cambiamento.

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Definisci “Eresie”, il tuo secondo e ultimo album, “un affresco d’esistenze controcorrente”. Cosa lega queste figure, e come le hai scelte?

Le lega la voglia di approfondire e scegliere autonomamente, indipendentemente dalle mode o dalle convenienze del momento. E indipendentemente da quale fosse il “prezzo da pagare” per sostenere le proprie idee.
In realtà non le ho scelte. Mi ci sono imbattuto. E mi è venuta voglia di raccontarle.


“Eresie” è anche un “crogiolo di mondi musicali”. Trovo molto interessante il fatto che mescoli generi diversi – cosa ti porta a restare in un certo senso sempre in bilico?

In bilico, dici bene. Chi ricerca non vive di certezze né di cliché. Ma di incursioni ed escursioni. Di sguardi sul precipizio. Io amo utilizzare, per ogni testo, la musica che mi pare più adeguata a vestirlo. Senza nessuna volontà di incasellarmi in un genere definito. Cerco la varietà musicale e stilistica, soprattutto perché mi mette al riparo dalla noia.

E’ pure affascinante il modo in cui mescoli e passi da una lingua all’altra (italiano, dialetto, inglese, spagnolo..)  – da dove nasce questa tua scelta? 
Mi pare sia una scelta figlia del nostro tempo. Un tempo globale e multietnico che però rischia di annichilire ogni specificità e ogni sapere locale, immolandoli sull’altare della superficialità e della velocità. A me piace scrivere prevalentemente in italiano. Perché è la lingua che conosco meglio e perché è una lingua complessa, piena di sfumature e possibilità. Quando capita scrivo anche in dialetto, o in lingue straniere. Perché anche la forma plasma i contenuti. Ogni lingua ha i propri suoni e le proprie atmosfere. A volte cambiare lingua suggerisce nuove soluzioni.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri maggiormente? 
Sinceramente non posso dire di avere riferimenti definiti. Ascolto e leggo autori di vario genere. Nessuna rotta specifica, solo tanta curiosità. In passato ho approfondito a lungo il cantautorato italiano ed ascoltato musiche tradizionali di ogni tipo.  Ora sono sempre più attratto dal rock. Certo ci sono artisti che apprezzo più di altri: CSI, Eddie Vedder, Bandabardò, Tom Waits, De André, per citarne alcuni.

La tua è una musica indubbiamente impegnata. Come descriveresti il rapporto tra musica e politica? 
Non credo che vi debba necessariamente essere un legame. L’arte, in ogni sua forma, dev’essere libera di raccontare o inventare ciò che vuole. Come dicevo, io scrivo soltanto per esigenza personale. Compongo per affrontare le mie inquietudini. La musica per me ha funzione terapeutica. Non mi ritengo più o meno “impegnato” di altri.
Semplicemente credo di avere interessi piuttosto distanti da quelli dei cantautori attualmente più noti. Questo sì. Per me non vi è distinzione tra politica e vita. Ogni scelta ha anche valenza politica. Mi piace citare Rodari:
«Non voglio avere niente a che fare con l’acqua»,  pensava il pesce rosso nella sua vaschetta. Era un perfetto apolitico.”

Italian-born writer, art lover and literature enthusiast who lives, quite happily, in London. Find me on twitter: @GiuGiri