Perché Matteo Achilli non è il Mark Zuckerberg italiano

Perché Matteo Achilli non è il Mark Zuckerberg italiano

Sono pochi i nomi che fanno la storia di un settore, pochissimi quelli che fanno quella del mondo. È difficile apporre una firma indelebile riconoscibile anche dalle generazione future, il concetto pare chiaro a tutti. Eppure, non appena un grande lascia il segno parte la caccia al suo successore. Succede spesso nello sport, con Messi nuovo Maradona e LeBron James nuovo Michael Jordan come esempi più eclatanti, ma anche in altri ambiti sta impazzando questa moda, e nell’era del consumismo, del “tutto e subito” e dell’innovazione più veloce del mercato, il mondo sta già cercando il nuovo Zuckerberg, 33enne presidente e CEO di Facebook, ancora nel pieno delle forze e della carriera ma forse già troppo vecchio per la società dei fenomeni usa e getta.

L’effetto che generano accostamenti così azzardati è quasi sempre lo stesso: scaricano su giovani volenterosi aspettative e pressioni che i loro termini di paragone facilmente non avevano agli albori della propria avventura, quando il diritto di sbagliare è fondamentale per crescere, sguinzagliando giornalisti o presunti tali alla ricerca del titolo sensazionale che permette quel migliaio di visualizzazioni e nel migliore dei casi qualche decina di “haters” che montano parodie sul soggetto in questione e lo rendono virale per un mese o poco più.

Il popolo della rete oramai ci ha fatto il callo, non crede più a simili titoli, sono meteore che spesso svaniscono in mezz’ora come un qualunque post su una bacheca di Facebook intasata da video di gattini; ma quando un potenziale nuovo Zuckerberg parla al TEDx e diventa protagonista di un film, forse siamo davanti ad una storia diversa: quella di Matteo Achilli, 24enne fondatore del sito di recruiting Egomnia che nel digitalmente lontano 2012 ha fatto gridare al nuovo fenomeno della rete.

In un discorso al TEDx (eccezionalmente in italiano) Matteo racconta i primi passi della propria idea: quando al liceo era giunto il momento di scegliere cosa fare da grandi, i suoi compagni scorrevano le classifiche delle università per vedere di iscriversi a quelle che potessero dare più possibilità di impiego; questa corsa agli atenei migliori fece scattare la scintilla del giovane imprenditore romano, il quale volle traslare il sistema di classifiche quantitative al complicato rapporto datore di lavoro – candidato.

L’algoritmo era semplice: assegnare un punteggio quantitativo alle competenze acquisite dal candidato in cinque ambiti differenti: Lingue, esperienze di studio all’estero, esperienza lavorativa, percorso accademico e un generico “altro”, nel quale rientrano pubblicazioni, certificati ed elementi atti ad affinare le competenze. In base alle proprie esigenze, potenziali aziende avrebbero potuto attingere a questa classifica per individuare i possibili nuovi assunti.

Fu così che 5 anni fa nacque il sito egomnia.com, creatura di un ragazzo del liceo a cui non bastano una laurea ed un lavoro dipendente; ma se una laurea non basta, di certo non guasta neppure, così arrivano l’iscrizione alla Bocconi e il trasferimento sotto la madonnina. Milano è diversa da Formello, paese di nascita di Matteo nell’area metropolitana di Roma, l’università è diversa dal liceo; tutto cambia, tranne la voglia di Matteo di far crescere Egomnia; così il sito comincia a popolarsi di aziende e studenti, e quei 10mila euro che la famiglia Achilli ha investito per l’idea del proprio figlio cominciano a dare i loro frutti.

Sembra una storia come tante, o forse come poche, quelle poche che ci lasciano a bocca aperta e cambiano una vita; so che più di un lettore si sta aspettando l’exploit, l’IPO, i complimenti da parte di Elon Musk e i fondi di investimento che fanno a pugni per finanziare lo sviluppo di Egomnia; ma il mondo non è sempre una favola, anche se mai come in questo caso vogliono farci credere lo sia.

Egomnia nata da tante speranze si è arenata dopo i primi successi, dopo 5 anni è ancora troppo sconosciuta nel proprio campo, Linkedin, indeed, jobrapido, Monster e altre piattaforme di ricerca lavoro sono ad oggi inarrivabili. Ma cosa ha impedito ad Achilli di affermarsi nel proprio campo? Quello che spesso impedisce ai bimbi prodigio di raggiungere il proprio idolo: i paragoni esagerati senza veri numeri in mano. Nessuno sapeva cosa fosse Egomnia (ancora adesso è un sito sconosciuto ai più) e già il volto di Matteo spopolava sulle copertine di riviste rinomate, sempre incravattato, preciso, pulito, con la faccia un po’ dura quasi da squalo della rete mentre i numeri impietosi parlano di squalo nella rete, quella dei pescatori, più scaltri e forse a tratti più umili, che dello squalo ormai possono solo che ridere.

In un passaggio del discorso al TEDx Matteo parla del nome del sito, a detta sua l’unione delle due parole latine “io” e “tutto”; il significato di quelle due parole rivela il motivo del fallimento in maniera nemmeno troppo velata: un ragazzo liceale sicuramente brillante ha un’idea, sì geniale, ma nemmeno troppo; la chiama “tutto io” e viene accostato a sua maestà Re Digital I Mark Zuckerberg, il cocktail per sentirsi appagati prima di aver dimostrato tutto è bello che servito.

Se da un lato l’eccesso di presunzione ad un ventenne si può perdonare, dall’altro non si può tollerare una così grande attenzione mediatica nei confronti di chi ha ancora tutto da dimostrare, un’Italia povera di idee e ricca di lamentele ha un comprensibile bisogno di figure che la riabilitino, disperato oserei dire; chi fa i numeri di Matteo in America resta nell’anonimato, in quell’anonimato che risulta linfa per il realismo, per l’umiltà, per crescere e lavorare senza il volto in copertina, senza registi che fanno un film sulla tua storia, senza paragoni ingombranti, solo con la voglia di crescere, la voglia di arrivare che non si esaurisce mai.

Achilli dopo questo film, rischia di finire nel dimenticatoio, se Egomnia continua con questi numeri è destinata a sparire, a fallire insieme ai sogni di un ragazzo (non troppo) prodigio, troppo grande per rimanere nel mucchio ma troppo piccolo per il palcoscenico, a meno che quel fugace momento di notorietà, non fosse davvero l’unico scopo di Achilli.