Cinque celebri Italiani poco celebrati

Cinque celebri Italiani poco celebrati

All’indomani della Festa della Repubblica, viene spontanea una riflessione sul nostro prezioso e tormentato Paese. Quello che mi stupisce sempre è come possa convivere il senso di superiorità che a volte gli italiani hanno con il senso di inadeguatezza e quasi vergogna di fronte al resto del mondo. Questa doppiezza ci porta spesso a pensare che in Italia, o per qualche fatalità sei nato un genio e sarai annoverato tra le eccellenze del Paese, o sei destinato alla mediocrità, non per colpa tua ma perché in Italia le possibilità sono limitate. Questa pagina vuole essere un omaggio a cinque italiani, poco celebrati, ma che nella loro (relativa) semplicità hanno lasciato un contributo indelebile.

cinque celebri non celebri

Guido d’Arezzo

Guido d’Arezzo, o Guido Monaco, è un monaco benedettino che ha vissuto a cavallo dell’anno 1000. Nonostante sia relativamente conosciuto, trovo che la sua fama non renda giustizia al contributo che ha lasciato all’umanità. Probabilmente Guido d’Arezzo è una delle personalità più importanti della storia della musica, se non la più importante. Teorico della musica, è stato colui che ha ideato la moderna notazione musicale, introducendo per primo il tetragramma. È stato anche il primo a “codificare” le note come le chiamiamo adesso, utilizzando le sillabe iniziali dei versi dell’inno a San Giovanni Battista (ut-re-mi-fa-sol-la-si).

note

Matteo Ricci

Tutti conoscono Marco Polo, ma pochi sanno che è stato Matteo Ricci colui che ha studiato e trasmesso la cultura cinese in Occidente. Verso la fine del XVI secolo, partì per la Cina e vi restò fino alla morte. Dopo lo sbarco a Macao, impiegò 18 anni per conquistarsi l’onore di entrare nella corte dell’imperatore a Pechino. Fu un personaggio di fondamentale importanza in quanto spese la sua vita a far conoscere ai Cinesi l’occidente e a far conoscere agli Occidentali la Cina. Oggi diremmo che era un “global citizen”, tanto celebrato in Cina da essere sepolto all’interno della Città Proibita.

Cesare Beccaria

Come per Guido d’Arezzo, la fama di Beccaria non fa onore al suo incredibile lavoro che avrebbe cambiato per sempre la storia del diritto. Solo un filosofo di grande caratura poteva, in un tempo in cui la morte faceva parte della quotidianità, arrivare alla conclusione che pena di morte e tortura non sono solo contrari alla morale di molti di noi, ma anche uno spreco e un’inutilità dal punto di vista del diritto. Dei Delitti e delle Pene è uno di quei testi che andrebbero distribuiti a ogni essere umano.

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti è conosciuto non solo per essere stato a capo di una delle più importanti imprese italiane del tempo, ma anche e soprattutto per il suo impegno nei confronti dei lavoratori. Adriano Olivetti era convinto che il profitto dell’azienda andasse reinvestito a beneficio della comunità. L’idea fondamentale era che non poteva esistere un’azienda sana e profittevole se i lavoratori non vivono bene. Un’idea innovativa che ancora oggi spinge molte aziende a ripensare al loro rapporto con i dipendenti. Non molti manager tengono in considerazione le scoperte sociali di Adriano Olivetti, ma, indiscutibilmente, le aziende più performanti sono anche quelle in cui si lavora meglio.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca non è stato inventore, né filosofo, né imprenditore. Ma nella sua semplicità è stato un personaggio esemplare. È conosciuto ai più attraverso il libro di Deaglio, La Banalità del Bene. Il libro racconta di quando Perlasca, durante la guerra e dopo l’armistizio, si trovò a chiedere rifugio presso l’ambasciata spagnola. Fingendosi console spagnolo, salvò la vita di decine di ebrei a Budapest. Non cercò mai gloria e fama, motivo per cui la sua storia venne alla luce molto dopo la fine della guerra. Perlasca semplicemente sostiene che, al suo posto, ognuno di noi avrebbe fatto la stessa cosa.