Ambientalismo ragionevole: olio di palma, sì o no?

Ambientalismo ragionevole: olio di palma, sì o no?

“L’ambientalista ragionevole” è un libro scritto da Patrick Moore, uno dei fondatori di Greenpeace. In questo libro racconta le sue idee e le sue battaglie, e del perché dopo averla fondata decise di lasciare la nota associazione ambientalista. Moore è un personaggio particolare, amato e odiato, ma nonostante le possibili critiche alla sua persona rimane interessante il motivo del suo addio a Greenpeace. Secondo lui l’associazione si è impantanata in un’ideologia cieca alla realtà del mondo: per questo ha deciso di andarsene e non lottare più con i suoi ex compagni. Non posso fare a meno di pensare a questo ambientalista quando vedo le pubblicità, ormai onnipresenti, di prodotti che si vantano di poter fare a meno di un grasso ottenuto da un albero tropicale. O meglio, di due grassi: il famigerato olio di palma e il fratello sfigato, l’olio di palmisto. In nome di un ambientalismo cieco, imponiamo un cambio di rotta verso ingredienti visti come meno dannosi. Ma lo sono veramente?

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Questa riflessione nasce da una pubblicità in particolare: il nuovo spot televisivo della Ferrero. Sembra che sia in atto una guerra tra due grandi aziende nate in Italia, entrambe operanti nel mondo del cibo: Ferrero e Coop. In pratica, su due campi opposti abbiamo la Nutella e la Kinder Paradiso contro le creme spalmabili e le merendine Coop. Da un lato una marea di marche ha deciso di esporre il bollino “senza olio di palma”, dall’altro la Ferrero mette in bella mostra il fatto di utilizzare il tanto odiato ingrediente. Questione di coerenza: lo ha fatto in passato, e continuerà a farlo.

Adesso, togliendo tutta la fuffa su aziende antiche che “guardano alla qualità usando le nocciole piemontesi”, o che vogliono “salvare il mondo spremendo il girasole invece della palma”, cosa dovrebbe rimanere di tutti gli spot che ci bombardano in tv e nei supermercati?

Che, al netto del reale impatto su ambiente e salute dell’olio di palma, Ferrero è stata coraggiosa. O furba, ma questo lo capiremo guardando le vendite sul lungo termine. Secondo i dati che troviamo anche su Wired, forse alla Ferrero non sono così idioti se, dopo lo spot a favore dell’olio di palma, hanno aumentato del 15% le vendite in Italia. Insomma, chi vorrà eliminare del tutto l’olio di palma dalla propria dieta dovrà per forza rinunciare anche all’amata Nutella.c

Chiediamoci allora perché Coop ha deciso di mettere il famoso “bollino”, mentre Ferrero no.

L’olio 
Prima vorrei spendere due parole sull’olio di palma, e sul perché piace così tanto ai produttori di merendine. Anzi, piaceva.

Dalla parte morbida dei frutti della palma si ottiene l’olio di palma, mentre dai semi si estrae l’olio di palmisto, molto usato per friggere. Entrambi sono importanti nelle diete africane e asiatiche, ma lasceremo stare l’olio di palmisto perché meno comune nei nostri supermercati. A differenza degli oli vegetali a cui siamo abituati, quello di palma è ricco di grassi saturi, caratteristica che lo rende più simile al burro che all’olio di oliva. Solido e morbido, di colore rossastro se non lo si manda a raffinare (è ricco di carotenoidi, molecole arancioni), dopo il processo di deodorazione non lascia un sapore particolare nei prodotti da forno, e costa poco. Queste ultime due caratteristiche sono la base della fortuna di questo olio.

Per prima cosa, quando producono merendine le aziende non vogliono che sappiano di olio, e per capire il perché basta pensare a come cambia il gusto quando decidiamo di usare olio di oliva al posto di altri oli o burro.

Il basso costo, il secondo vantaggio, deriva dalla grandissima resa in olio per ogni ettaro coltivato. Tanto per capirci, solo il 5% del suolo che usiamo per produrre olio è occupato da palme, tuttavia l’olio di palma rappresenta il 35% di tutti gli oli prodotti ogni anno. Sì, sto considerando olio di oliva, di arachidi, di soia e qualsiasi altro. È chiaro che una simile resa determina un prezzo bassissimo, e se da un lato noi occidentali vogliamo ingozzarci di torte, dall’altro non vogliamo spendere tanto.

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La produzione di olio di palma nel mondo.

Fa male alla salute?
Sì. No. Un po’. Anche mangiare 15 chili di carote ogni pranzo fa male, non per questo è cosa buona e giusta bandire le carote dalle nostre tavole. Non possiamo pensare che mangiare un barattolo di Nutella faccia bene, ma meglio non fa un barattolo di “Buonissima crema spalmabile al cioccolato con 95% di nocciole piemontesi DOC, DOCG vattelapesca super veg”. Come per tutto, e i medici non smetteranno mai di ripeterlo, in medio stat virtus.

È certo che non si tratta di un veleno, quindi possiamo continuare ad ingurgitarne una quantità accettabile, ricordandoci che i grassi saturi, contenuti in questo olio come nei grassi animali, non fanno benissimo alla salute.

Ma l’ambiente?
La palma da olio cresce solo nelle zone tropicali dove la temperatura rimane costante, nel corso dell’anno, a 25-30°C. Questo richiede una coltivazione compresa tra i Tropici, ma è evidente che ci troviamo davanti ad un grosso problema: le foreste pluviali. Per questo l’habitat di moltissime specie viene danneggiato e ristretto da incendi che liberano terreno per le coltivazioni, e questo tipo di agricoltura è palesemente insostenibile. Non solo ruba territorio, inquina. Sia chiaro: in ogni caso l’agricoltura non è eco-friendly, in quanto il suo scopo è proprio quello di diminuire la biodiversità (voglio un solo prodotto e nella maggior quantità possibile). Ma deve pur esserci un modo diverso per ottenere questi frutti.

Ci sono varie certificazioni che assicurano un olio di palma proveniente da coltivazioni sostenibili, quindi con il minor impatto possibile sulle foreste e sugli habitat degli animali. Una molto diffusa è la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), supportata da diverse associazioni ambientaliste, come il WWF, e in grado di seguire ogni fase della produzione. In particolare, non fanno parte dell’RSPO le aziende che sfruttano olio di palma ottenuto da disboscamento tramite incendi, lo scopo è quello di tagliare fuori dal mercato coloro che distruggono le foreste pluviali per produrre olio.

Addio olio di palma…?

Quale soluzione?
Abbiamo solo due possibilità, se vogliamo fare a meno dell’olio di palma: eliminiamo il consumo di prodotti contenenti olio di palma, portando quindi ad un netto miglioramento per l’ambiente perché arriveremo a consumare meno risorse, oppure dobbiamo cambiare l’ingrediente, spostandoci verso oli diversi. Questa seconda soluzione è la preferita da tutte le aziende “olio di palma free”, ma rispetta veramente l’ambiente? Abbiamo visto che l’olio di palma ha la resa maggiore di tutte le altre colture da olio. È facile capire che, se eliminiamo l’olio di palma, dobbiamo trovare nuovi terreni per aumentare la produzione di altri oli. E questo porterà ad un maggior sfruttamento di suolo, acqua, fertilizzanti e chi più ne ha più ne metta, perché dovremo usare colture con resa minore. Tanto per capirci, solo per supplire all’aumento della richiesta che l’ONU ha stimato per il 2030, dovremo aumentare di 8 milioni gli ettari coltivati a palma, 43 a colza oppure 62,5 a soia, secondo il Sole24Ore. Inoltre molte specie, come la soia, vengono coltivate in zone che un tempo erano foresta pluviale (si pensi al Brasile), quindi in ogni caso non risolviamo nulla.

Meglio aumentare lo sfruttamento del suolo o spostarsi verso un’agricoltura più responsabile? Al momento stiamo vedendo quali aziende preferiscono la prima risposta, e quali la seconda. Sta (anche) a noi guidare le scelte in quanto consumatori.